domenica 8 febbraio 2009

PER I NON NATI


Sabato 14 Febbraio 2009, alle 18.30, presso la cappella dell'ospedale civile F. Ferrari a Casarano, ci sarà una celebrazione Eucaristica in memoria di tutti i bambini non nati. Siete tutti invitati.
Gli amici del Movimento per la Vita di Casarano.

giovedì 5 febbraio 2009

SIAMO PROFONDAMENTE AMAREGGIATI!

Movimento per la Vita - Casarano

Siamo profondamente amareggiati!
La scorsa notte Eluana Englaro ha compiuto l’ultimo viaggio della sua vita, un viaggio di sola andata, in direzione di Udine, con destinazione finale la Casa di cura “La Quiete”. Com’è rasserenante, com’è “acquietante” questo nome, come richiama amorevolmente il “requiescat in pace” di nostra conoscenza.
Al termine di questo viaggio in comoda ambulanza protetto dalla presenza di un bravo anestesista, nel volgere di poche settimane, la luce della vita di Eluana sarà definitivamente spenta, e il suo volto sorridente scomparirà definitivamente dagli schermi TV e dalle pagine dei giornali.
Dei bravi e precisi colleghi medici, forse anestesisti (in altre circostanze rianimatori), somministreranno quotidianamente e meticolosamente piccole dosi di non-vita sottraendo gradualmente cibo ed acqua, in obbedienza precisa e meticolosa alle sentenze di sapienti giudici, quelli che sanno sempre tutto e di tutto capiscono, per cui possono giudicare di tutto.
Eppure Eluana vive: respira regolarmente e autonomamente, il suo cuore batte ritmicamente e spontaneamente, ha un regolare ritmo sonno-veglia, al risveglio apre gli occhi, produce ormoni, recentemente ha anche avuto una mestruazione, fa la sua passeggiatina in giardino (ovviamente in carrozzella) quando il tempo è buono. E’ oggetto “vivente” delle amorevoli cure delle suore misericordine di Lecco. E’ vero, viene alimentata e idratata mediante sondino naso-gastrico, anche se ultimamente abbiamo appreso che ha potuto deglutire un sorso d’acqua. E’ vero, non ha le funzioni intellettive, non ha coscienza di sé, è in ”stato vegetativo”. Ma lo stato vegetativo è solo una forma di disabilità estrema, non è una malattia che porta a morte. E’ vero, lo stato vegetativo di Eluana è persistente da 16 anni, ma esso non può mai essere definito “permanente”, come la stampa e la magistratura ci hanno fatto credere scambiando maliziosamente la qualifica di “persistente” ( come per altre condizioni patologiche della Medicina Clinica, es. proteinuria persistente, ematuria persistente, epatite persistente, per le quali mai si userà il termine “permanente”) con quella di “permanente”, che include il concetto della irreversibilità. Ma lo stato vegetativo non potrà mai essere definito irreversibile, come ha confermato la conferenza di Londra del 1996, quando neurologi e ricercatori di tutto il mondo si confrontarono su questa patologia, i cui decorsi possibili sono ancora sconosciuti (oggi si sa che oltre il 50% dei pazienti in questo stato riacquistano anche dopo anni un margine seppur minimo di coscienza).
Dunque Eluana vive, è in stato vegetativo persistente, ha mostrato negli ultimi mesi sorprendenti segni di miglioramento. Eppure dei giudici sapienti e dotti hanno sentenziato che “deve morire”, perché il suo tutore legale (il padre) vuole fortissimamente che Eluana (sua figlia) muoia e perché la stessa Eluana non avrebbe voluto continuare a vivere della sola vita vegetativa. E la morte sarà “indolore”, si sentenzia, senza sofferenza. Sarà comunque prudente somministrare dei sedativi durante le procedure di sottrazione di cibo ed acqua (evidentemente i “sapientoni” qualche dubbio di non sapere proprio tutto l’hanno avuto).
Quello che amareggia profondamente è che ci siano medici disposti a dare la morte ad un malato, in spregio delle più elementari e nobili norme deontologiche della professione medica. Il medico è fatto per la vita, lotta per la vita, si sforza di strappare alla malattia e alla morte per riportare alla vita in pienezza. Quanto è triste sapere che non è sempre e per tutti così!
Ancora pochi giorni, e tutto sarà finito! Signore, abbia pietà di noi!

3 Febbraio 2009 Alberto Colonna

NONOSTANTE EUFEMISMI, PERIFRASI E...

Nonostante eufemismi, perifrasi, artifici dialettici ed acrobazie ermeneutiche che spesso caratterizzano l’argomentare giuridico di alcune Corti italiane, non può sfuggire ad una fredda e distaccata analisi del caso Englaro, il tentativo di introdurre, surrettiziamente, nel nostro ordinamento giuridico, attraverso un’interpretazione giudiziaria creativa, l’istituto giuridico dell’eutanasia, a sua volta specificazione, concretizzazione del c. d. diritto di morire. D’altra parte, molti tra coloro che oggi denunciano l’assenza di una regolamentazione giuridica della tematica del “fine vita” ed invocano, come urgente ed indifferibile, l’approvazione di una legge che introduca l’istituto del c. d. testamento biologico, sono fautori più o meno consapevoli di questo, davvero strano, “diritto di lasciarsi morire”.
Sono stati invocati a sostegno della decisione della Corte d’appello di Milano, numerosi principi costituzionali che, certamente, appartengono alla c. d. civiltà del diritto, ma, essenzialmente, il principio cardine, attorno a cui ruota il ragionamento dei giudici, è quello della libertà di autodeterminazione in campo terapeutico, secondo cui è illegittimo sottoporre a trattamenti medici un paziente contro la sua volontà. Principio nobilissimo, qualcuno potrebbe dire, e lo direbbe senz’altro a buon diritto! Il problema, però, qui non è evidentemente l’intrinseca bontà di questo principio che è, oggettivamente, incontestabile, ma la correttezza o meno della sua applicazione alla vicenda che ci occupa.
I giudici, infatti, hanno autorizzato la sospensione del trattamento di alimentazione ed idratazione artificiale di Eluana Englaro, sulla base della sua qualificazione, in termini di trattamento sanitario, tale da poter essere somministrato, solo con il libero consenso dell’ammalato. Ma, il dare da bere e il dare da mangiare ad un disabile, non possono evidentemente considerarsi dei trattamenti sanitari, ma una forma doverosa di sostegno vitale in favore di chi, a motivo del suo stato, non è in condizioni di nutrirsi e di idratarsi da sé, allo stesso modo in cui si alimentano e si idratano un malato terminale, oppure un neonato che, abbandonato a sé stesso, morirebbe di inedia. Quindi, i giudici hanno fatto passare per trattamenti sanitari brutalmente imposti ad una donna in stato comatoso, semplici atti di soddisfacimento di bisogni fisiologici, universali, avvertiti indistintamente dal sano come dall’ammalato, tanto da chi si trova in stato di incoscienza, quanto da chi si trova nel pieno possesso delle sue facoltà.
Qualcuno potrebbe tuttavia obiettare che i giudici hanno soltanto cercato, in assoluta buona fede, di rispettare la volontà della povera Eluana che avrebbe esternato ai suoi familiari il desiderio di farla finita nell’eventualità in cui, a causa di un evento traumatico, si fosse trovata in stato di coma vegetativo. Ora, se per un attimo abbandonassimo i condizionamenti emotivi del sentimentalismo buonista e del falso pietismo che ostacolano, o, come spesso accade, impediscono un giudizio sereno, non esiteremmo a riconoscere che quelle dichiarazioni, lungi dal costituire un atto di ultima volontà giuridicamente vincolante, sono piuttosto delle affermazioni che, spesso in preda all’emotività, siamo soliti fare tutte le volte in cui, magari in occasione di disgrazie che hanno colpito parenti o amici, pensiamo all’eventualità tragica del coma. Ma, anche a voler riconoscere a quelle dichiarazioni il carattere di una certa, lucida e definitiva manifestazione di volontà, non può, in base alle norme vigenti, invocarsi la volontà espressa dal disabile, prima di precipitare nello stato comatoso, allo scopo di autorizzare una struttura sanitaria a praticare una vera e propria eutanasia passiva, attraverso la omissione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale mediante sondino naso gastrico.
Cosa avrebbero dovuto fare allora i giudici? Considerando che i giudici non sono deputati alla produzione delle norme, ma soltanto alla loro interpretazione, essi avrebbero dovuto prendere atto della assoluta illiceità, alla stregua delle norme vigenti, di qualsiasi intervento volto a cagionare la morte del paziente, stante la superiorità e la intangibilità del bene della vita, un bene che non è nella disponibilità neppure del suo titolare.
Se il bene della vita fosse disponibile, non si capirebbe perché la legge penale punisca l’omicidio del consenziente. Si commette, infatti, reato tutte le volte in cui si procuri, direttamente o indirettamente, la morte a qualcuno, anche quando ciò avvenga in esecuzione della volontà suicida altrui. Infatti, anche se non è punito il tentativo di suicidio, è comunque punito il suicidio assistito che si esplica proprio nella prestazione di un contributo alla realizzazione proposito altrui di darsi la morte.
Quindi, il vero diritto affermato dai giudici milanesi, non è il diritto di autodeterminarsi in campo terapeutico, ma il preteso di diritto di lasciarsi morire, un diritto nuovo, di conio giurisprudenziale che andrebbe ad arricchire il catalogo dei diritti costituzionalmente tutelati della persona. Questa trovata è davvero geniale: abbiamo una Costituzione che tutela contemporaneamente la vita che è realmente un bene giuridico e la morte che, in sé, non è un bene, ma un semplice fatto che, da epilogo naturale dell’esistenza terrena, da evento tragico da esorcizzare, da comune destino, velato di mistero, diviene l’oggetto di una pretesa giuridica azionabile in giudizio.

-Movimento per la Vita-
Alessandro Carra

mercoledì 4 febbraio 2009

LA FORZA DELLA VITA NELLA SOFFERENZA

Si è svolta domenica 1 febbraio la 31° Giornata della Vita.

Il tema che i vescovi italiani hanno scelto per il loro messaggio è stato: la forza della vita nella sofferenza.

I vescovi affermano che la sofferenza è parte della nostra vita, appartiene al suo mistero ed a quello dell’uomo, ma che non ci si deve rassegnare ad essa e che quando la scienza lo permette, bisogna fare il possibile per alleviare le sofferenze, specialmente di chi si trova nella fase finale della vita.

Il tema della giornata per la vita di quest’anno, non è affatto casuale: vita e sofferenza sono le due grandi questioni che accompagnano la vicenda di Eluana Englaro. Dicono infatti i Vescovi in un altro passaggio: “C’è chi vorrebbe rispondere a stati permanenti di sofferenza, reali o asseriti, reclamando forme più o meno esplicite di eutanasia.”

Oltre al dolore che provoca la vicenda della povera Eluana, non bisogna dimenticare che quello che ha deciso per lei la Cassazione (e che sarà applicato fra pochissimi giorni) rappresenta un gravissimo precedente giuridico.

Eluana, con la sua vita o con la sua morte provocata, rappresenterà uno spartiacque per il diritto italiano. Non bisogna essere grandi giuristi per capire che la decisione della Cassazione non può essere in nessun modo giustificata con la Costituzione Italiana, e che non si può neppure parlare di “vuoto normativo”. Non occorre una nuova legge per vietare ciò che altre leggi vietano esplicitamente.


Fare le leggi partendo dai casi limite è una brutta abitudine italiana che spesso torna di moda; non è questa la sede per parlare della famosa 194, la legge che regola l’aborto in Italia, ma forse è bene ricordare che gran parte dell’opinione pubblica venne influenzata dalla faccenda di Seveso: il 10 luglio 1976 nello stabilimento della società ICMESA di Meda, confinante con Seveso, un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, perse il controllo della temperatura e si scaldò oltre i limiti previsti. Si formò una nube tossica che colpì in modo particolare il comune di Seveso. Immediatamente dopo l'avviso iniziarono a circolare voci di possibili malformazioni dei feti in quella zona.

I radicali, iniziarono una campagna di stampa (come sanno fare solo loro!) e con l’aiuto di medici compiacenti, convinsero molte gestanti della zona che i loro bambini avrebbero avuto serie malformazioni. Nonostante allora in Italia l'aborto fosse vietato, sotto la pressione crescente fomentata dai radicali, il 7 agosto il ministro della sanità Dal Falco e il ministro della giustizia Bonifacio, entrambi democristiani, ottenuto il consenso del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, autorizzarono gli aborti per le donne della zona che ne fecero richiesta. Qualche decina di aborti fu praticata anche in Italia, in particolare presso la clinica Mangiagalli di Milano, e in due casi presso l'ospedale di Desio. Uniche voci importanti di dissenso furono Montanelli che parlò di aborto eugenetico e il cardinale di Milano, Giovanni Colombo, che disse: <>.

All'epoca non si praticavano diagnosi prenatali e le analisi compiute successivamente a Lubecca sui feti abortiti dimostrarono che erano tutti sani. Nessuno dei bambini abortiti e nessuno dei bambini che riuscirono a nascere era dunque handicappato, ma questa vicenda sdoganò l’aborto in Italia.


Forse questa storia non centra nulla con la vicenda Englaro, ma almeno due aspetti in comune ci sono: il primo e più importante è che a Seveso nel ’76, come a Udine oggi, si discute di vita e di morte, il secondo è che allora come oggi, una pressione mediatica pilotata, spinge l’opinione pubblica e le istituzioni a privilegiare la morte.


Trent’anni fa il cardinale di Milano chiese di salvare quelle vite, oggi lo fa la Chiesa tutta, lo fanno le suore che hanno amorevolmente accudito Eluana in questi anni e che più volte hanno chiesto al padre di lasciarla con loro.


Anche le comunità parrocchiali di Casarano con i soci del movimento per la vita hanno pregato il 25 novembre scorso per Eluana e continuano a farlo ora che lei ha più bisogno, si sono raccolte il 1 febbraio in preghiera a Nardò con il Vescovo Domenico Caliandro e continueranno la loro riflessione sul tema della vita il 7 febbraio alle 19.15 con un incontro nel salone polivalente della Parrocchia del Cuore immacolato di Maria e con una Messa nella cappella dell’ospedale sabato 14 febbraio alle 18.30.


Gli amici del movimento per la vita

“Gianna Beretta Molla” – Casarano



http://movimentoperlavitacasarano.blogspot.com

movimentovita.casarano@gmail.com

oppure venite a trovarci a Casarano in c.da Pineta (c/o B&B LA PINETA).

PER ELUANA E PER TUTTI NOI

preghiera e digiuno!


Movimento per la vita


IL MOVIMENTO PER LA VITA NEL COMITATO "PER ELUANA E PER TUTTI NOI"

Il Movimento per la via condivide gli obiettivi del Comitato "Per Eluana e per tutti noi" costituito in Friuli per dar voce alla protesta contro la decisione di lasciar morire di fame e di sete la giovane da 17 anni in stato vegetativo. In particolare, ovviamente, sarà la Federazione regionale del Friuli a lavorare nel Comitato con le proprie ramificazioni territoriali dei movimenti locali e dei Centri di aiuto alla vita.
Venerdi prossimo, quello che dovrebbe essere, secondo le indiscrezioni, il primo giorno di sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione, i militanti e simpatizzanti del Movimento osserveranno una giornata di digiuno come gesto di condivisione della sorte di Eluana, una iniziativa decisa dal recente Convegno dei Centri di aiuto alla vita.
Nel frattempo è stato inviato a tutti senatori il libro "Eluana e tutti noi" per offrire spunti di riflessione e di approfondimento in vista del dibattito sul disegno di legge sul Fine vita.

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Daniele Nardi
Responsabile Area comunicazione
Movimento per la vita
LungoTevere dei Vallati 2, 00186 Roma – tel. 06.689.2732 – fax 686.5725